Il cazzone del vecchio zio

Il cazzone del vecchio zio

La zio di mia madre, Il fratello di mio nonno, mi incula di continuo.
Mi aveva ha sempre preso in giro, dicendomi che ero una bambina piagnucolosa, che non avevo nulla del maschio, che mia madre si era sbagliata quando mi aveva fatto il pisello.
Io gli rispondevo male, che era un maiale perché leggeva continuamente i giornaletti porno, lui diceva che gli dovevo rispetto.
Dopo questo, quando ne aveva l’occasione si rivolgeva a me al femminile, qualsiasi cosa stessimo facendo, mia chiamava Rosina, come una sua vecchia amante, frignona e presuntuosa, alla quale aveva fatto il culo “per principio”.
La prima volta che mi ha coperto (uso il verbo coprire perché è così che dice lui, è quello che fanno i maschi con le cagne), avevo diciotto anni o giù di lì, anche se ne dimostravo decisamente meno, minuto e glabro, eravamo soli in casa, lui lo sapeva ed è venuto, abitava a poche centinaia di metri. Insistette perché ci mettessimo comodi, io ero in mutande, cosa per me abituale.
Disse che dovevamo andare in camera, metterci sul mio letto, lì c’era più fresco. Mi ritrovai steso sulla pancia, lui accanto a me.
“Tu resta ferma, Rosina, ti faccio una cosa”.
Mi salì sulle cosce, a cavalcioni, bloccandomi.
“E’ ora che ti dai da fare, Rosina, che ti comporti come una brava bambina obbediente”.
Mi abbassò le mutande, protestai flebilmente, ovviamente fu inutile.
Fece colare un po’ di saliva fra le mie chiappe, appoggiò il cazzo sul buco del culo, mi afferrò le spalle e spinse. Un male cane, mi misi a piangere ma non servì a nulla.
Mi entrò dentro profondamente, faceva su e giù rapidamente, incurante del dolore che mi provocava.
Non mi aveva preparato, non aveva fatto nulla per predisporre il mio culo alla penetrazione, era entrato di prepotenza, lacerandomi.
Mi disse di non lamentarmi che lo sapeva che lo prendevo nel culo, era vero ma nessuno dei ragazzi che mi inculava ce l’aveva grosso come il suo.
Glielo dissi, mi rispose che era contento, meritavo quel trattamento.
Per quanto spingesse non riuscì ad infilarlo tutto, troppo lungo e grosso, più in là non andava.
Si muoveva rapidamente, ad ogni spinta una fitta lancinante.
Andò avanti qualche minuto poi, improvvisamente, gridò, avvertii una sensazione di caldo umido dentro l’intestino.
Restò fermo un attimo, poi si spostò, io rimasi lì, mi sentivo “aperto”, continuavo a piangere, bruciava ancora.
La sborra colava oscenamente fuori, mescolata col sangue.
Gli chiesi perché l’avesse fatto, lui rispose che l’aveva fatto perché gli andava, che avevo un bel culo, aveva voglia e siccome ero una femminuccia boriosa aveva agito di conseguenza. Mi disse anche che l’avremo fatto ancora, ogni volta che gli andava, di non dirlo a nessuno, perché ci sarebbero state delle conseguenze, un segreto da non rivelare.
Mi aveva scassato il culo, dovetti stare attento a come mi muovevo, ogni movimento mi provocava dolore.
La sera cenammo tutti assieme, con le nostre famiglie, non riuscivo star fermo sulla sedia, non trovavo una posizione che mi non mi facesse provare dolore, mi domandarono cosa avessi, io risposi, mentre lui mi guardava negli occhi, che non avevo nulla, mi prudeva, forse perché avevo mangiato piccante.
“Forse è perché stai sempre in mutande!” sentenziò qualcuno seduto al tavolo.
Dopo mangiato ci ritrovammo di nuovo soli, mi disse che ero stata brava, avevo detto le cose giuste, io gli riferii del dolore che provavo, allora mi disse che voleva vedere ed uscimmo furtivamente, ci recammo nella baracca degli attrezzi da giardinaggio, era fuori mano e nessuno ci avrebbe notato, mi chiese di mostrargli il culo, voleva vedere in che condizioni si trovasse.
“Su Mara, piegati, appoggiati lì…”.
Mi piegai, reggendomi ad una cassa, lui mi ordinò di allargarmi le natiche, accese la torcia del cellulare e me la puntò sul buco del culo.
“Uhm… in effetti è bello rosso, hai dei segni attorno ma niente di che, ti passerà…”.
Si bagnò il dito con la saliva e lo infilò dentro.
“Sei bello morbido… quasi, quasi… ti devi abituare, la mia fava non ha nulla a che fare con quella dei tuoi amichetti… mhh… mi è tornata voglia e ti alleno ancora un po’”.
Udii la lampo dei suoi pantaloni che si apriva: “No, che vuoi fare… ti ho detto che mi fa male…”. Protestai.
“Vedrai, più lo fai e meglio è… ti si apre per bene e dopo non ti farà più male, ti piacerà solamente, non temere, hai proprio un culetto da scopare, un attira cazzi”.
Lo tenevo ancora aperto e lui sputò preciso sul buco, poi mi penetrò decisamente col suo pistolone.
“Aiah… è grosso! Zio, fai piano… pianooo! Uhiiii!”.
Sospirò di piacere, godeva a farmi male, a sentirmi gridare.
Rinfrescava le ferite, era incredibilmente doloroso però provavo delle sensazioni contrastanti, da un lato pensavo che mi stesse storpiando, che non sarei più stato normale e volevo che la smettesse di farmi male, dall’altro questo trattamento iniziava a piacermi, la mia indole di zoccoletta sottomessa e masochista stava venendo fuori. Pensavo anche che con i frocetti che mi inculavano non avrei sentito più niente.
“Vedi, è stretto però si sta adattando, sta prendendo la forma del mio cazzo”.
Mi teneva ben saldo per i fianchi, in modo che non potessi sfuggirgli, prese fiato e dette una spinta decisa.
Avvertii una sorta di schiocco al mio interno, gridai.
“Oplà! E’ entrato tutto!”. Esclamò.
Era vero, aveva raddrizzato l’ansa del retto, erano rimaste fuori solamente le palle.
Mi aveva praticamente impalato, non capivo come avesse fatto quell’affare così lungo ad entrarmi tutto dentro.
Stette fermo per alcuni istanti, quasi volesse far adattare il pilone allo spazio che si era creato, poi iniziò con un lento movimento avanti e indietro, mi ero accasciato col petto appoggiato alla cassa.
Ad un certo punto allungò una mano ed iniziò a masturbarmi, nonostante il dolore la cosa non mi dispiacque.
“Ah ah ah! Come ce l’hai piccolo Rosina… guarda, te lo meno con due dita”, lo teneva fra il pollice e l’indice.
Si gustava le cose con calma, senza quella foga che aveva caratterizzato il nostro primo rapporto, lo faceva scivolare nel canale anale, per tutta la lunghezza, avanti e indietro, avanti e indietro, ogni tanto aumentava il ritmo, poi lo abbassava improvvisamente con un sospiro di piacere. Aveva smesso di toccarmi il cazzo, afferrandomi saldamente i fianchi, ogni tanto mi sculacciava, ma lievemente, solamente per sentire il suono della sua mano che picchiava sulle chiappe rotonde e leggermente carnose.
Devo dire che piaceva anche a me.
Parlava, ansimando: “Ahhh… Rosina… mi sa che ti piace… uhh… si… mi verrai a trovare… ah… a dormire… così ti scopo… ahh… ti inculo comodamente… umh… ho dei vestitini… delle cose… te li metti… ihh… porti qualcuno dei tuoi amichetti… ahh… quello carino… so tutto di te… ci divertiamo… ah… ora lo tiro fuori… ti faccio bere… siii…”.
Il cazzone uscì fuori, come una serpe dalla tana, lo zio mi fece inginocchiare e si appoggiò dove prima ero io.
“Brava, apri la bocca… così… succhialo un po’… mhhh… sulla lingua… menalo, menalo… ahh… ahh… ahhhh!”.
Alcuno fitti copiosi mi schizzarono in gola, sulla lingua ed il palato.
Aveva un sapore strano ma non spiacevole.
“Butta giù… ah… butta giù”.
Deglutii un paio di volte ed ingoiai tutto quanto, poi mi disse di passarci la lingua, lo feci, ripulii e mandai giù.
Mi rialzai a fatica, il culo era una fornace, aperto e slabbrato.
Ma mi era piaciuto, cazzo se mi era piaciuto.
Rientrammo in casa, erano ancora tutti lì.
“Sapete, ho parlato col mio caro nipotino, gli ho detto che mi sento solo così mi verrà a trovare e potrà anche dormire da me!”.
Ci fu quasi un applauso.
Da quel momento vado dallo zio quasi quotidianamente, di notte, di giorno, da solo e con i miei “amichetti”.
Mi trasformo e divento la “nipotina”.
La dolce Rosina.
Adesso il mio culo è aperto, fa l’occhiolino, lui e tutti gli altri vanno dentro facile, fino in fondo, non fa più male.
Che bello!

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