Giochi di ruolo – Pomeriggio di sesso

Giochi di ruolo – Pomeriggio di sesso

Erano le 15.30 quando ho aperto la porta del mio appartamento, sono corsa in bagno per lavarmi sapendo che lei sarebbe arrivata di lì a pochi minuti. Riuscire ad avere casa libera per almeno quattro ore è stato un qualcosa di cui bisognava assolutamente approfittare.
Imprecando sottovoce mi sono tolta le mutandine in pizzo nero sperando di riuscire a fare almeno l’essenziale. Non ho fatto in tempo a sfilarmi la giacca da lavoro perché ho iniziato a sentire il rumore dei suoi tacchi sbattere contro l’asfalto della strada sotto la mia finestra.
Le avevo detto quali scarpe indossare, gliel’avevo chiesto quando mi aveva espressamente domandato se avessi richieste particolari. E ho sorriso aprendole la porta. Era perfetta.
Indossava le decolleté in vernice bordeaux, i jeans attillati un po’ a vita alta – quelli che mi fanno venire voglia di scoparla ancora prima che apra bocca – un maglione azzurrino che ho riconosciuto subito, perché è il mio preferito, e i capelli piastrati sciolti.
Era talmente bella che seriamente ho pensato di non farcela, ecco perché l’ho snobbata con un banalissimo sorriso, andando a sedermi sul divano e incitandola a fare altrettanto.
“E’ così che vai vestita al lavoro?”, mi ha chiesto avvicinandosi un po’, forse troppo, forse troppo presto.
“Sì. Perché? Non ti piace?”.
“No, no, non ho detto questo”.
E’ una dura, una tosta, una di quelle che i complimenti non te li fanno mai, che piuttosto imprecano sottovoce ma non ti danno la soddisfazione che cerchi.
Mi sono voltata appena a guardarla accorgendomi di quanto vicina fosse la sua bocca e, come una ragazzina, sono arrossita coprendomi il viso con le mani.
“Che c’è?” ha chiesto lei ridendo appena.
Ho sospirato facendomi coraggio e sono tornata a guardarla.
“Ciao bocca da pompini” ho sussurrato. La chiamo sempre così, è diventato il suo soprannome a causa delle labbra carnose. Ma lei i pompini non li fa – per fortuna – come dico sempre.
Davanti alle mie parole ha iniziato a baciarmi facendomi sentire la solita scossa, il solito giramento di testa, le solite farfalle allo stomaco.
Tuttavia il divano non era poi così comodo, e lei me l’ha fatto capire provando a mettersi sopra di me ma senza ottenere il risultato sperato.
“Andiamo in camera” ho detto scollandomi da lei per un momento.
Mi dava fastidio che avesse lei il comando, che solo perché era figa dovesse dominarmi in quel modo, perché io solitamente non mi faccio dominare…a meno che non sia innamorata. Ma non può essere. No. Non deve essere.
Ho deciso di snobbarla ancora togliendomi la giacca e la camicia da lavoro e infilandomi sotto le coperte mentre lei restava in piedi davanti al letto.
Mi ha guardata domandandosi cosa fare, con un mezzo sorriso stampato sulle labbra e la classica espressione di chi improvvisamente si sente imbarazzato.
“Allora? Cosa fai lì?”, le ho chiesto appoggiando le mani dietro la testa, sul cuscino.
“Cosa…?”, ha riso per smorzare la tensione.
“Vieni qui”.
Obbedendo si è appoggiata sopra di me ricominciando a baciarmi, questa volta con più ardore, facendo scivolare le mani dietro la mia schiena, nel tentativo di slacciare il reggiseno.
Ma non sa che io l’ho fatto apposta a mettermi quello più duro, più difficile da slacciare, così che lei si trovasse in imbarazzo e non si sentisse la solita figa piena di esperienza.
“Non riesci?” ho chiesto sorridendo appena sulle sue labbra.
“E’ duro”.
“Lo so”.
Me lo sono tolta da sola rovesciando la situazione, afferrandola per i fianchi e costringendola a mettersi sotto di me, non sopra.
Senza troppo tergiversare ho sbottonato i suoi jeans e ho fatto scivolare la zip, glieli ho sfilati con un gesto e, subito dopo, ho fatto lo stesso con le mutandine.
Mi ha guardata ansimando, sorpresa da quella decisione così immediata, e mi ha lasciata scendere con la testa in mezzo alle sue gambe, davanti alla sua figa non completamente depilata, curata, con un po’ di peli sopra come piace a me.
Ho giocato con la lingua sul suo clitoride disegnando dei piccoli cerchi in modo delicato, ottenendo dei meravigliosi gemiti di apprezzamento.
Ho visto il suo bacino inarcarsi, i suoi fianchi tremare, la sua figa bagnarsi e, alzando lo sguardo sul viso, l’ho trovata con gli occhi chiusi. Ho capito che se non avessi smesso mi sarebbe venuta in bocca troppo presto.
Ho deciso quindi di alzarmi e ricominciare a baciarla sulla bocca, accarezzandole i capelli e sfilandole anche gli ultimi indumenti rimasti. Lei ha fatto lo stesso su di me.
“Voglio scoparti la figa” le ho sussurrato poi intrecciando le mie gambe con le sue, ottenendo la classica sforbiciata. Ci siamo tenute le mani, guardate negli occhi e abbiamo sentito il rumore dei nostri umori mescolarsi sulle nostre fighe.
Eravamo un’immagine forte, lo sapevo, un qualcosa degno di un film porno…come sempre. Ma come sempre sapevo anche che non stavamo solo scopando, stavamo facendo l’amore. E davvero non potevo permetterlo.
“Mi lasci fare una cosa?”, le ho chiesto temendo la risposta.
Avevo in mente un piano, da giorni ormai, ma non avevo il coraggio di farlo davvero.
“Sì” ha risposto con un’espressione strana in viso. Forse aveva paura, forse aveva capito che i miei gusti sono più particolari dei suoi.
“Rimettiti le scarpe” le ho ordinato indicando le decolleté.
Nuda si è infilata solo quelle ed è tornata a guardarmi con aria interrogativa.
“Siediti sulla sedia, rivolta verso di me”.
“Cosa…?”.
“Fallo”.
“Ok”.
Seduta lì, con le decolleté ai piedi, era già eccitante, ma volevo di più.
Ho estratto le manette dall’armadio e gliele ho mostrate aspettando la reazione.
Lei è una difficile, ero sicura che non me l’avrebbe lasciato fare, che mi avrebbe derisa. E per un momento è stato così. Ha riso lasciando cadere la testa.
“Non ridere” l’ho ammonita avvicinandomi a lei.
“Ok”.
“Metti le mani dietro lo schienale”.
Ha obbedito, inaspettatamente.
Ho stretto quindi entrambe le manette sui suoi polsi assicurandomi che non fossero troppo strette o troppo larghe, infine l’ho osservata.
Dio se era sexy. Ed era mia.
“Sei stata legata” ho detto stando in piedi davanti a lei.
“Sì”.
“E’ quello che ti meriti perché sei una stronza”.
Non le ho dato il tempo di rispondere, mi sono limitata a prenderle il viso fra le mani baciandole quelle labbra carnose che mi fanno impazzire.
Me ne ha fatte passare tante, in passato l’ho odiata con tutta me stessa, ed è sempre stata quella persona che nessuno riesce a capire del tutto, che nessuno riesce a mettere con le spalle al muro o con la quale si riesce ad avere una relazione stabile. Ma in quel momento era lì, innocua, legata, passiva, mia.
Mi sono abbassata davanti a lei e le ho fatto allargare le gambe ricominciando a leccarla avidamente. Sentivo il rumore metallico delle manette e capivo che stava iniziando a strattonare nel tentativo di liberarsi. Ho accentuato il movimento della lingua e l’ho vista rovesciare la testa per il piacere mentre mi appoggiava una gamba sopra il collo, sottomettendomi con la sua decolleté rossa.
In un rapido gesto me la sono sfilata di dosso perché non poteva dominarmi, non potevo lasciarglielo fare. Ho smesso di leccarla e mi sono seduta sopra di lei, in braccio, iniziando a strofinarmi contro di lei gemendo e appoggiando il viso contro il suo.
Anche quello era fare l’amore, e così ho smesso, ho deciso di giocare più sporco. L’ho mollata lì e mi sono seduta sul letto, di fronte a lei, toccandomi da sola mentre la guardavo incapace di muoversi.
Ma lei, da brava puttana, è riuscita a passare sopra lo schienale della sedia, liberandosi e riuscendo a venire nella mia direzione. Le manette non le consentivano di usare le mani ma ha comunque tentato di farlo cadendomi praticamente addosso.
Ho deciso di liberarla, e non avevo neanche finito di aprire la manetta di sinistra quando lei mi ha spinta sul letto con decisione, scivolando fra le mie gambe, leccandomi lì, non con la solita lentezza ma con dolce violenza.
Non contenta, dopo qualche minuto, ho tirato fuori le sfere vibranti e ho sorriso davanti alla sua espressione.
“Ancora quelle palle di merda” ha detto mostrandomi di nuovo quanto volesse sminuirmi, quanto fosse puttana.
Ho attivato la vibrazione e ne ho appoggiata una contro il suo clitoride. La sua espressione da dura, è diventata disperata e dalla sua bocca è uscito un “Ahhhh” a dir poco soddisfacente.
Ho continuato per un po’ e, infine, lubrificandole con le saliva, me le sono inserite io.
Il lavoro delle sfere funzionava perfettamente mentre mi strusciavo contro di lei, sentivo l’orgasmo avvicinarsi e allontanarsi in base a come lei comandava la vibrazione.
Mi sono fermate dopo qualche minuto perché non era così che volevo venire.
Ci siamo baciate a lungo, incollate l’una all’altra, talvolta senza muovere le labbra, solo restando attaccate mentre ci toccavamo da sole. Poi, quando stavo per venire, ci siamo rimesse a forbice, la mia figa contro la sua, e ci siamo guardate negli occhi mentre il mio orgasmo minacciava di esplodere.
Il mio sguardo contro il suo, castano contro castano, ho realizzato che voleva vedere la mia espressione mentre venivo. E così è stato. Guardandola in faccia ho inarcato le sopracciglia lasciandomi cogliere dai meravigliosi spasmi dell’orgasmo mentre la mia voce riecheggiava in tutto l’appartamento.
Anche una volta finito lei ha appoggiato un dito sul mio clitoride assecondando le contrazioni post orgasmo della mia vagina, e ho tremato tantissimo fra le sue gambe guardando i filamenti di umori che ci bagnavano la pelle.
“Girati” le ho ordinato infine sapendo esattamente cosa fare per farla venire.
Si è messa a pancia in giù, alzando appena il sedere nella mia direzione e delicatamente ho inserito due dita nella sua vagina. Era bagnata, aperta, prontissima, tanto che ho deciso di provare con tre dita. Mi ha aiutata allargando un po’ le gambe e, in pochissimo tempo, ero dentro di lei.
“Ok?”, le ho chiesto prima di cominciare, temendo di farle male.
Ha annuito, e solo allora ho iniziato a scoparla con le dita.
Più forte, sempre più forte, come piace a lei, tenendola per i fianchi con la mano libera e abbassandomi in tanto in tanto a baciarle la schiena.
“Continua…”, ha sussurrato gemendo contro il cuscino.
Ho pompato di più ed è stato lì che ho iniziato a sentire la sua vagina stringermi.
Come sempre, quando sta per venire, ha detto con aria disperata: “Oddiooo”. Ho sorriso perché quello era il solito segnale, e anche questa volta, subito dopo, ho sentito una stretta decisa sulle mie dita e poi una serie di contrazioni accompagnate dai suoi gemiti sommessi.
Appena abbiamo finito siamo andate in bagno dove lei si è seduta sul water annunciando: “Pipì”, e io, con la scusa di lavare le sfere, sono rimasta a guardarla.
Infine ho osservato la nostra immagine allo specchio, mentre restavamo nude, l’una vicino all’altra…

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