Lucy – Lockdown blues (2)

Lucy – Lockdown blues (2)

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Il giorno dopo tutto sembrava andare per il meglio. Nessuno, in particolare Gianni, aveva fatto menzione di quanto avvenuto la sera prima. Giunta la sera, mi ritirai in camera mia con la scusa di dover studiare, quando in realtà preferivo non rischiare un replay della sera precedente. Ma si sa, se Maometto non va alla montagna…
Sentii qualcuno entrare in camera, ma non alzai lo sguardo dal libro dando per scontato che si trattasse di Marco, con il quale condividevo la stanza.
Ad un tratto, però, sentii qualcosa di caldo, quasi vellutato sfiorarmi. Mi voltai e quasi mi si fermò il cuore nel petto quando vidi che era… un cazzo!
Era Gianni, infatti, ad essere entrato nella mia camera, non Marco. Gianni che, estratto dai jeans il suo arnese, ora lo stava strusciando sulla mia guancia.
“Ma che cazzo fai!?” gli dissi, allontanandolo da me.
“Eh dai… che maniere… ieri non sembrava che ti facesse tanto schifo, anzi!” disse lui, sorridendo.
Stavo per reagire, quando Gianni continuò a parlare, mettendomi di fatto con le spalle al muro: “Te ne sei venuto senza che nessuno ti toccasse, solo perché mi avevi fatto venire… e poi ho visto come ti succhiavi le dita… per cui pensavo che ti facesse piacere…”
Aveva ragione. Ciò che avevo provato il giorno prima masturbando un pene che non fosse il mio, e poi assaggiando il mio stesso sperma era chiaro e palese, e non potevo assolutamente negarlo.
Rimasi lì, sulla sedia girevole, senza parole, e Gianni interpretò il mio silenzio come una resa incondizionata; si avvicinò lentamente fino a che il suo membro, indirizzato dalla mano, arrivò a sfiorare le mie labbra, che continuavo a tenere serrate in un estremo tentativo di sfuggire a quello che stava per avvenire.
“Dai… fai come col tuo dito di ieri… apri la boccuccia…” mi diceva suadente Gianni, e piano piano sentii le mie stesse labbra schiudersi e quella grossa fragola matura entrarmi in bocca, con la sua consistenza vellutata.
Cercai di rimanere passivo, lasciando che fosse lui a spingere il suo sesso centimetro dopo centimetro nella mia bocca, scivolando sulla mia lingua, ma non potevo mentire a me stesso: stavo succhiando un cazzo e nel mentre anche il mio membro si stava ergendo per quell’eccitazione perversa che quel pompino omosessuale mi aveva provocato.
Dopo poco, infatti, presi lentamente l’iniziativa e cominciai a pompare attivamente quel cazzo che nel frattempo era diventato duro come il ferro, e gli allenamenti segreti fatti con le candele sembravano essere serviti, almeno a giudicare dai gemiti di Gianni; il mio compagno infatti teneva gli occhi chiusi mormorando “sì… sì… “ immaginando, forse, che quell’omaggio orale gli fosse concesso da una bella fanciulla.
Succhiavo quel membro di un maschio adulto e tornavo con la mente a quei giochi a cui ero stato costretto da bambino, quando quel cazzo di un altro ragazzino mi veniva strusciato sul viso e tra le natiche. Sentivo il cazzo di Gianni scivolarmi dentro e fuori dalla bocca, affondando ogni volta un po’ di più fino a togliermi il fiato.
Contemporaneamente, avevo estratto il mio sesso dai pantaloncini ed avevo iniziato a masturbarmi rinunciando definitivamente ad ogni difesa o alibi: quello che stava avvenendo non era frutto di un ricatto o di una imposizione, io stavo succhiando un cazzo perché mi piaceva farlo, mi piaceva quella lunga e grossa asta di carne, mi piaceva sentirla riempirmi la bocca e… con un brivido pensai che mi sarebbe piaciuto che mi sborrasse in bocca, sul viso… che mi coprisse di sperma caldo.
Cosa che avvenne dopo pochi momenti: Gianni mugolò di godimento cercando di non farsi scoprire e schizzò un primo fiotto di sperma dritto nella mia gola. Poi, estraendo il pene dalla mia bocca che rimase aperta come quella di un bambino a cui viene tolto il biberon, diresse altri due, tre schizzi sul mio volto, facendomi sentire il calore bruciante del suo seme sulla mia pelle. Nello stesso momento anche io venivo con tre, quattro fiotti di sborra sul pavimento.
Entrambi riprendevamo fiato, mentre in bocca sentivo ancora il sapore dello sperma di Gianni, ma non ebbi il tempo di pormi domande su ciò che era appena avvenuto.
Mi voltai, infatti, e sulla porta della camera vidi Marco e Paolo con la bocca aperta e gli occhi sbarrati che osservavano quella scena imbarazzante e inequivocabile.
Mi alzai di scatto e fuggii in bagno, che fortunatamente comunicava direttamente con la camera.
Volevo scomparire, volevo morire per la vergogna di essere stato scoperto in quella maniera.
Sentivo fuori dalla porta i miei compagni discutere ma, anche non capendo tutte le parole, intuivo dal tono delle voci che non si stava tenendo un processo a me e, in seconda battuta, a Gianni (in fondo anche lui sarebbe passato per “frocio” facendosi succhiare il cazzo da un altro ragazzo, anche se forse sarebbe apparso meno grave alla morale comune) ma quanto più una discussione su ciò che era avvenuto e come ci si fosse arrivati.
“Luca… dai… puoi uscire un momento?” mi chiedeva, oltre la porta, la voce di Marco.
Mi asciugai le lacrime e, con quelle, anche le colate di sperma che andavano asciugandosi sul mio volto, e aprii la porta…
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